venerdì 6 ottobre 2017

Quando guardi il film e poi leggi il libro : recensione di "Noi siamo tutto" di Nicola Yoon

Quando guardi il film e poi leggi il libro : recensione di "Noi siamo tutto" di Nicola Yoon

Date la colpa all'autunno, all'inizio della routine, alle foglie che cadono o alle discussioni riguardo a come intrattenersi ad Halloween, ma ho compiuto un gesto che mai avrei creduto possibile in tutta la mia vita: ho guardato il film Noi siamo tutto prima di leggere il libro da cui è stato tratto. Il punto è che domenica era una giornata uggiosa, di quelle in cui non si ha voglia di fare nulla se non accoccolarsi sotto le coperte e guardarsi un bel film ed io ero alla ricerca di qualcosa di romantico, leggero, ma non banale. Mi rendo conto che le mie richieste potevano essere difficili da soddisfare, ma poi mi è venuto in mente Noi siamo tutto, da poco uscito nelle sale,  e ho deciso di dargli una possibilità. Il film mi è abbastanza piaciuto, ma per tutto il tempo ho avuto la sensazione che mancasse qualcosa, come se la trama fosse stata compressa per costringerla in un'ora e mezza di pellicola. Così ho deciso di recuperare il libro, l'ho letto in meno di ventiquattr'ore e indovinate? Avevo ragione.  


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Autrice: Nicola Yoon
Casa editrice: Sperling & Kupfer
Prezzo: 17,90 
★★

Madeline Whittier è allergica al mondo. Soffre infatti di una patologia tanto rara quanto nota, che non le permette di entrare in contatto con il mondo esterno. Per questo non esce di casa, non l'ha mai fatto in diciassette anni. Mai un respiro d'aria fresca, né un raggio di sole caldo sul viso. Le uniche persone che può frequentare sono sua madre e la sua infermiera, Carla. Finché, un giorno, un camion di una ditta di traslochi si ferma nella sua via. Madeline è alla finestra quando vede... lui. Il nuovo vicino. Alto, magro e vestito di nero dalla testa ai piedi: maglietta nera, jeans neri, scarpe da ginnastica nere e un berretto nero di maglia che gli nasconde completamente i capelli. Il suo nome è Olly. I loro sguardi si incrociano per un secondo. E anche se nella vita è impossibile prevedere sempre tutto, in quel secondo Madeline prevede che si innamorerà di lui. Anzi, ne è sicura. Come è quasi sicura che sarà un disastro. Perché, per la prima volta, quello che ha non le basta più. E per vivere anche solo un giorno perfetto è pronta a rischiare tutto. Tutto.

"Il fatto che ci siamo incontrati, che ci siamo innamorati, che siamo riusciti a stare insieme va oltre ciò che avevamo creduto possibile."

Dopo anni di esperienza, mi piace ritenermi una sorta di esperta nell'ambito della letteratura Young Adult, che continua a rimanere la mia preferita. A mio parere, uno dei punti forza di questo genere è la spiccata caratterizzazione dei personaggi. Prendiamo, ad esempio, uno dei miei autori preferiti: John Green. Da Augustus Waters a Hazel Grace Lancaster, da Quentin Jacobsen a Margo Roth Spiegelman, tutti hanno una personalità particolare e indimenticabile. Quando ho guardato Noi siamo tutto, l'aspetto che mi ha lasciato più perplessa è quanto poco fosse caratterizzato Olly, che essendo il 50% della coppia protagonista, avrebbe dovuto avere molto più spazio. 

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Temevo che questo fosse dovuta ad un mancato approfondimento all'interno del romanzo, paura che si è dissolta nel momento in cui ho letto le prime pagine. Fortunatamente qui Olly è un ragazzo a tutto tondo,  con passioni e interessi, che nella versione cinematografica vengono completamente ignorati. Sul grande schermo ci viene presentato come un diciottenne sempre vestito di nero e con i capelli lunghi, facilmente interscambiabile con il tizio che incontro ogni giorno in stazione e che beve tè freddo al limone alle nove del mattino. 

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"Quando parlo con lui non riesco a smettere. Sono un fiume di parole. Con tutto quello che ho da raccontargli, non esaurirò mai gli argomenti."

Sorvolando sulla discreta trasposizione cinematografica, il libro mi è piaciuto. Si tratta di uno Young Adult e ovviamente alcuni cliché non possono mancare ( coincidenze assurde, grande libertà lasciata a dei poco più che maggiorenni quando io a ventidue anni non posso uscire di casa senza dire dove vado, contratti bancari che si ottengono come caramelle), ma nel complesso si posiziona abbastanza in alto nella mia lista Young Adult belli e dove trovarli.
Sicuramente l'idea di partenza è molto buona, una ragazza "allergica al mondo" è un concetto interessante, che è stato sviluppato in modo intelligente e con una protagonista, Madeline, che mi stava davvero simpatica ( il che non è scontato). 

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"La vita è un dono. E tu non devi mai dimenticare di viverla."

In conclusione, se siete alla ricerca di una lettura veloce, ma non banale, di una bella storia d'amore con un finale inaspettato ( non ci crederete, davvero), vi consiglio questo romanzo che, sono sicura, non vi deluderà. 

Alla prossima,

giovedì 28 settembre 2017

La mia estate in libri: femminismo, amore ( che quello non guasta mai) e Miriam Toews

La mia estate in libri: femminismo, amore ( che quello non guasta mai) e Miriam Toews


Le temperature si sono abbassate, mia madre ha iniziato a pensare al pranzo di Natale, io ho iniziato i corsi della magistrale, quindi tutti gli indizi portano ad una sola e grande verità: l'estate è oramai finita. Mi congedo da una delle mie stagioni preferite con già un briciolo di nostalgia per quelli che sono stati dei mesi pieni di eventi e in cui riconosco di essere cresciuta molto ( dal punto di vista interiore, perchè il metro e sessanta non l'abbiamo ancora raggiunto). 
Quest'estate, però, le mie letture non sono state molto abbondanti: ho concluso davvero pochi romanzi, almeno per i miei standard, e solo alcuni mi hanno davvero entusiasmata. Volevo condividere con voi degli highlights, una carrellata di libri che nel bene e nel male mi hanno tenuto compagnia in questo periodo molto movimentato. 

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Mi sono approcciata a Cara Ijeawele, ovvero quindici consigli per crescere una bambina femminista  di Chimamanda Ngozi Adichie con grandi aspettative: avevo amato Dovremmo essere tutti femministi [recensione], trascrizione di un discorso che aveva completamente sconvolto il mio modo di vedere il mondo, quindi speravo in uno stesso risultato.
Purtroppo, la mia valutazione non è stata molto alta, per il semplice fatto che, nonostante l'autrice presenti verità in cui io credo fermamente, queste erano quasi tutte una ripetizione di ciò che avevo letto in Dovremmo essere tutti femministi e quindi non mi hanno lasciato molto. 



34963201Ho affrontato poi una lettura molto acclamata, ossia Exit West di Mohsin Hamid, autore del famoso Il fondamentalista riluttante. Anche in questo caso avevo aspettative molto alte, che, purtroppo sono state deluse. Lo stile dell'autore è magico, la tematica importante, eppure non sono riuscita ad entrare a pieno nella storia, che, francamente, mi ha lasciata abbastanza indifferente. 




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Passiamo poi ad una grandissima scoperta, ossia Miriam Toews con I miei piccoli dispiaceri. Vi rimando alla recensione, dove ho lodato come meglio ho potuto questo piccolo capolavoro che, ancora una volta, vi consiglio calorosamente. Lo stile di quest'autrice, nonostante la sua estrema semplicità, è così poetico che riesce a rendere ogni momento, anche il più banale, denso di significato.





9699305Sempre sull'onda de I miei piccoli dispiaceri, ho letto e amato Un complicato atto d'amore, sempre di Miriam Toews. La protagonista è una giovane ragazza, cresciuta in un contesto, quello della comunità mennonita, che ha represso qualsiasi suo slancio personale. Una comunità che vuole abbandonare, da una parte, ma che dall'altra percepisce come tutto ciò che possiede. Ancora una volta Toews riesce a presentarci una storia drammatica con semplicità, senza mai cadere nel banale e strappando, come sempre, qualche sorriso.


Questi sono alcune delle letture che mi hanno accompagnato quest'estate. Invece voi? Avete fatto qualche nuova scoperta? Qual è il libro che ha fatto breccia nel vostro cuore?
Alla prossima,

lunedì 11 settembre 2017

Perchè una sconfitta non è sempre tale: recensione de "I miei piccoli dispiaceri" di Miriam Toews

 Perchè una sconfitta non è sempre tale: recensione de "I miei piccoli dispiaceri" di Miriam Toews


Ci sono libri la cui sinossi non rende loro giustizia: forse sarà per questo che I miei piccoli dispiaceri è rimasto a prendere polvere nella mia libreria per più di un anno. È stato, infatti, un gradito regalo di compleanno, a cui, però, non mi sono mai avvicinata per il fatto che non ero mai nell'umore adatto per leggerlo. Dalle righe stampate sul retro, mi sembrava una storia leggera, alla Sophie Kinsella per intenderci, e nessun periodo mi sembrava propizio per iniziare una lettura semplice. Sostanzialmente, la mia paura della banalità mi ha tenuta lontana da un piccolo capolavoro che chiedeva semplicemente di essere scoperto.  



Risultati immagini per i miei piccoli dispiaceri      I miei piccoli dispiaceri
Autrice: Miriam Toews
Casa Editrice: Marcos y Marcos
Prezzo: 18,00 €
★★

Elf è sempre stata la più bella.
Ha stile, idee geniali, ti fa morir dal ridere; le capitali del mondo la ricoprono allegramente di dollari per farle suonare il pianoforte e gli uomini si innamorano perdutamente di lei.

Yoli è la sorella squinternata. Ha messo al mondo figli con padri diversi, ha un amante avvocato, se si rompe la macchina fa sesso con il meccanico, ha il conto sempre in rosso e una carriera mancata.
E cos’è adesso questa storia che Elf vuole morire? Proprio in questo momento, poi, a due settimane da un’importantissima tournée.
“Elfie, ma ti rendi conto di quanto mi mancheresti?” Quali sono le cose giuste da dire per salvare una vita? Yoli la prende in giro, la consola, la sgrida, aggredisce lo psichiatra dell’ospedale, cammina lungo il fiume tumultuoso del disgelo, non sa più che pesci pigliare.
Cospira con la madre, con zia Tina, con il tenero marito scienziato di Elf, con Claudio, il suo agente italiano, e tra cene alcoliche, sms di figli ed ex mariti, sorrisi e ultime frontiere del pianto, lottano tutti per convincere Elf a restare. E in questo lungo duello di parole, carezze, umorismo nero si celebra la grazia e l’energia che occorrono per accettare il dono fragile della vita.


"Lei mi aveva detto che la sua era una solitudine viscerale, un sacco di pietre che si trascinava da una stanza all'altra, di città in città."

I miei piccoli dispiaceri tocca diverse tematiche e offre molti insegnamenti, di cui, tra tutti, uno in particolare ha fatto breccia nel mio cuore. Ho letto nella storia di Yoli, la protagonista, una donna con la vita e la mente in disordine, il continuo tentativo di tenere insieme una vita che sembra che stia per crollare. Giorni che si sgretolano tra le sue mani e relazioni che si spezzano con una folata di vento. 
Yoli è alla ricerca di una soluzione, nel tentativo di rendere tutti felici e di incollare insieme i pezzi di una realtà ormai distrutta. Ed è qui che è necessario un avvertimento: questo è un libro triste, a tratti drammatico, e il lieto fine non arriva. Perché è questo il grande insegnamento de I miei piccoli dispiaceri: tu potrai lottare fino alla fine, potrai impegnarti, ma non è automatico che riesca a raggiungere i tuoi scopi. Il fattore scioccante,però, è che va bene così: la vita è costellata di questi piccoli dispiaceri che inevitabilmente ci frenano e spaventano, ma che rendono ogni giorno unico e che ci forgiano nel profondo. 


La penna di Miriam Toews è semplice, lineare e incredibile nel riuscire a raccontare con una vena di ironia anche gli aspetti più tragici della vita. Spesso mi sono ritrovata a ridere nei luoghi pubblici più disparati, mentre gli occhi correvano da una battuta di spirito all'altra. 
Il risultato è un'opera poetica, completa da tutti i punti di vista, con personaggi ben costruiti e che vi farà correre tra le pagine con estrema facilità, desiderosi di saperne sempre di più.

Mentre mi avventurerò alla scoperta di altri libri di Toews, vi consiglio vivamente di mettere le mani su questo piccolo capolavoro.  

"È fuor di dubbio che, se non sei al massimo della felicità, sei comunque più amata di chiunque abbia mai vissuto." 

Alla prossima, 

giovedì 1 giugno 2017

Quando valutare libri diventa più difficile che leggerli

Quando valutare  libri diventa più difficile che leggerli


Goodreads è un social reading a cui sono iscritta da tre anni ed è per me uno strumento indispensabile: mi permette di tener conto dei libri che ho letto e di quelli a cui vorrei approcciarmi in futuro, di confrontarmi con altri lettori e di lasciarmi ispirare. Una delle tante funzionalità di Goodreads, quella per cui è maggiormente famoso, è quella di poter valutare un libro utilizzando un massimo di cinque stelline un minimo di una. 
L'altro giorno stavo ricapitolando le letture di questi primi mesi del 2017 e ho riscontrato una scioccante verità: di alcune di queste, nonostante la mia valutazione alta, non ho alcun ricordo ( se ve lo state chiedendo, no non soffro di demenza senile).  Un esempio? Ho letto I nostri cuori chimici di Krystal Sutherland a febbraio, mi ricordo di averlo molto apprezzato ( infatti la mia valutazione è stata di quattro stelline), che lo stile dell'autrice era simile a quello di John Green, ma se mi chiedete qualcosa della trama nella mia mente regna il vuoto. Quindi il mio giudizio è stato molto alto, ma sul momento: a distanza di mesi non mi sovviene il motivo per cui io abbia scelto le quattro stelline invece che le tre.
Da qui nasce il mio dilemma: come posso valutare un libro correttamente? Quali tecniche posso mettere in atto onde evitare di dare giudizi affrettati e che magari non corrispondono alla realtà?



Ho valutato l'idea di aspettare prima di decidere quante fantomatiche stelline assegnare ad un romanzo, per rendermi conto quasi immediatamente che non avrebbe funzionato. Essendo una persona che prende le cose di petto e che, soprattutto, ha fatto dell'impazienza uno stile di vita, non sarei in grado di passare settimane a rimuginare su un determinato libro. Se siete dei grandi lettori come me, cosa molto plausibile, sapete che siamo continuamente investiti dal desiderio di leggere: non possiamo impiegare quattordici giorni per valutare un romanzo, perché tutta questa riflessione toglierebbe spazio ad almeno un altro libro che potremmo conoscere in quel lasso di tempo.
Allora mi sono detta, perché non togliere il problema alla radice e smettere di valutare libri? Anche in questo caso ho capito subito che sarebbe stata un'idea fallimentare, per i seguenti motivi:
  • Valutare un libro è il fondamento dell'essere parte della community di Goodreads: permette di consigliare o sconsigliare un romanzo e di dare origine ad un confronto.
  • Essendo una book blogger, giudicare libri è alla base di ciò che faccio.
  • Sono la seconda persona più critica che io conosca, critico persino le formiche che invadono il mio balcone d'estate, come potrei non criticare ciò che leggo.


Cosa fare allora? L'unica soluzione a cui sono giunta è quella di chiedere aiuto. Quindi mi rivolgo a voi lettori, amici e colleghi: come giudicate un libro? Quali sono i criteri con i quali assegnate le famose stelline di Goodreads? Vi capita mai di cambiare idea su un giudizio che avevate dato in precedenza?

Alla prossima,

venerdì 26 maggio 2017

Nel nome della Strega: recensione di "Gin tonic a occhi chiusi" di Marco Ferrante

Nel nome della Strega: recensione di "Gin tonic a occhi chiusi" di Marco Ferrante

Quando Annamaria mi ha chiesto di partecipare a questo progetto, non ho potuto che accettare: recensire i dodici finalisti del premio Strega con altre undici blogger? Non aspettavo altro. 
Ringrazio Annamaria per avermi contattata e per aver organizzato un evento così interessante e coinvolgente. Vi informo che per colui/colei che parteciperà più assiduamente, seguendo le recensioni e commentando, c'è in palio uno dei libri finalisti!




Gin tonic a occhi chiusi
Autore: Marco Ferrante
Casa Editrice: Giunti
Prezzo: 16,00 

Non c'è niente che dia più soddisfazione a Elsa Misiano di raccogliere con un pretesto tutto il personale di servizio di cui dispone: per questo un paio di volte l'anno riunisce l'intera famiglia per un festeggiamento in grande stile. Sessantacinque anni, tendenza alla pinguedine, capace amministratrice di una rendita robusta, moglie di un importante avvocato fanatico di Porsche e ideologo di barche, ha cresciuto i tre figli maschi nello spirito di una (mal)sana competizione: Gianni, primogenito e fiscalista di grido, colpevole di aver sposato una provinciale di sinistra; Paolo, deputato quarantenne in attesa del quarto figlio, perplesso portavoce di una donchisciottesca campagna contro l'energia eolica; e infine Ranieri, il prediletto della madre, giornalista conformista, furbetto, frivolo, fortunato, considerato dagli altri due - unanimi - uno stronzo. Ma quando Gianni viene chiamato in TV per chiarire i suoi rapporti con un imprenditore arrestato per corruzione, frode fiscale e associazione per delinquere, i consigli (e i preziosi contatti) dell'odiato Ranieri gli diverranno indispensabili. Per non parlare del povero Paolo, che di lì a poco si ritroverà invischiato in un'imbarazzante liaison con una ragazzotta "in odore di meretricio", a cui incautamente ha donato una collana di Bulgari.



Gin tonic a occhi chiusi non appartiene alla categoria dei libri che leggo di solito. In primo luogo, i protagonisti hanno circa il doppio dell'età dei miei stereotipati beniamini, per non parlare del fatto che la storia sia ambientata a Roma, città ricca di cultura e di difetti, e non in una fantomatica località inglese/americana. Infine, manca la trama.
La mancanza di un intreccio vero e proprio, può sembrare un enorme difetto, ma, in questo caso, la situazione è differente: lo scopo di Marco Ferrante è quello di andare a rappresentare uno spaccato della Roma bene dei nostri anni. La Roma delle cene di gala, della corruzione, dell'ipocrisia e della droga.



Tutte le vicende che vengono raccontate riguardano la famiglia Misiano e, in particolar modo, i tre figli maschi: tutti e tre uomini d'affari, tutti e tre intrappolati in una fitta rete di tradimenti e sotterfugi. Tra un gin e uno scandalo, scorrono le loro vite, raccontate con uno stile che mi ha spiazzato. La voce di Ferrante, infatti, a tratti giornalistica, è distaccata e non lascia trapelare nessun giudizio. Il narratore esterno si limita a raccontare i fatti, anche i più sconvolgenti, con estremo disinteresse.



Personalmente, ritengo quest'opera mediocre: non rientra nei miei gusti, ma, nonostante ciò, sono riuscita a concluderla senza problemi. Ho trovato alcuni capitoli più avvincenti di altri, ma nel complesso non mi ha annoiata.
Mi è chiaro come mai questo romanzo sia stato scelto come uno dei finalisti del premio Strega: Ferrante porta all'interno della narrativa italiana contemporanea un'idea fresca e nuova, che può piacere oppure no, ma che non può essere ignorata.

Alla prossima,


venerdì 19 maggio 2017

"Jane, la volpe & io": quando il bullismo viene illustrato

"Jane, la volpe & io": quando il bullismo viene illustrato

C'è un'età, quella tra i dodici e i quindici anni, che mi diverto a definire “il periodo fuffa”: non sai chi sei, non sai cosa vorresti essere e, nel dubbio, decidi di pubblicare imbarazzanti foto su Facebook con filtri sempre troppo luminosi ( spoiler: fra qualche anno te ne pentirai amaramente) e di affidarti completamente agli altri. Questo non solo prevede il pregare tua madre di comprarti discutibili capi di abbigliamento, ma anche l'incominciare a guardarti con gli occhi dei tuoi coetanei e a credere ad ogni parola che  pronunciano.
Helene si trova proprio in questa realtà sospesa, schiacciata dal giudizio e dai commenti delle crudeli compagne di classe, che, pezzo dopo pezzo, demoliscono la sua autostima. Parliamo di commenti sussurrati, delle volte urlati, risatine e insulti scritti sui muri dei bagni. Parliamo di bullismo.


Jane, la volpe & io 
Autrici:  Fanny Britt, Isabelle Arsenault
Casa Editrice: Mondadori 
Prezzo: 16,00 

Helene vorrebbe nascondersi da tutto e da tutti: dal mondo grigio che la circonda, dalle angherie dei bulli della scuola, dalla prova costume. Il suo unico rifugio è un libro, Jane Eyre, ed è solo nelle pagine del suo romanzo preferito che il mondo si colora di pace e poesia. Sarà invece la temuta gita di classe a riservare incontri inaspettati e una grande, semplice scoperta: non si è mai davvero soli. Attraverso parole semplici e potenti, immagini affascinanti e un tocco di ironia, un romanzo grafico che parla una lingua universale: quella di chi non ha mai smesso di aspettare il proprio incontro speciale.



La storia di Helene si intreccia con quella che è, per molti, una grandissima eroina della letteratura inglese, Jane Eyre. Come sappiamo, la figlia della penna di Charlotte Brontë ha avuto un'esistenza travagliata ed è proprio nella sua sofferenza che Helene si identifica. Anche se le vicende delle due si intrecciano, si assomigliano, si completano,  avrei preferito una maggiore attenzione a questo aspetto che, da come  preannuncia il titolo, dovrebbe essere uno degli elementi principali della graphic novel. Certamente questo confronto esiste e fa capire l'importanza che ha Jane Eyre per Helene , come modello ma anche come speranza di un lieto fine, però la storia della prima è sicuramente molto più preponderante. Dal titolo, mi aspettavo un maggiore spazio dedicato alla funzione di questo romanzo, mentre ha, a mio pare, solo un ruolo marginale.


Ho apprezzato particolarmente lo stile e la tavolozza scelta: questo bianco e nero che, pian piano, diventa una vera e propria esplosione di colore, adattandosi perfettamente alla storia, è davvero un'ottima idea.
Il mio problema con le graphic novel è che non riescono mai ad emozionarmi tanto quanto lo fa un romanzo: è come se le tavole mi impedissero di apprezzare a pieno la storia e i suoi personaggi. Di questo vi avevo già parlato nella recensione di Il blu è un colore caldo, opera che, messa a confronto con questa, mi ha lasciato una sensazione migliore.


In conclusione, la consiglierei a chi è un amante del genere, perché è una graphic novel davvero ben fatta, ma se siete alla ricerca di una storia che tratti in modo approfondito il tema del bullismo, vi inviterei a cercare qualche altro titolo.

Alla prossima,


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